Parte Oltre|Media!
Oltremedia è un sito che nasce dalla volontà di un gruppo di giovani della Fgci che in questi mesi non si sono voluti rassegnare di fronte al muro di gomma che l’informazione italiana erige su certe notizie.
Giovani che non vogliono arrendersi e che nonostante le sconfitte di questi ultimi anni vogliono continuare a lottare e ad essere in campo. A tutto campo. Le lotte operaie per la difesa dei diritti, le grandi mobilitazioni studentesche, l’oceanica manifestazione di domenica scorsa a Roma sono solo alcuni esempi e dimostrano che esiste un Paese migliore di quello rappresentato in Parlamento e dal governo Berlusconi. Un Paese che soffre oramai da tre anni la mancanza di una seria opposizione all’interno delle istituzioni capace di essere sponda politica dei tanti movimenti sociali. Un Paese, spesso frustrato, che soffre la pesantissima crisi economica e che non riesce a far sentire la propria voce.
Oltremedia vuole essere luogo aperto al confronto, terreno libero da schematismi e da ingessature. L’idea di creare un sito di informazione, una sorta di vero e proprio web magazine, ci è venuta diversi mesi fa; al nascere delle proteste studentesche. E proprio il tema dei saperi sarà al centro della nostra attenzione insieme ad uno sguardo costante al mondo: dall’America Latina all’Asia, passando per il Mediterraneo, l’Europa e il Medio Oriente.
Partiamo oggi ben sapendo che come sempre accade in questi casi non siamo pronti e che nei prossimi giorni tanti saranno i problemi tecnici e di contenuti: ritardi nella pubblicazione di articoli, difficoltà a far girare il sito… Ma arriva sempre il tempo di prendere il largo, di dispiegare le vele al vento e di lasciare i rassicuranti porti. Una avventura in mare aperto, ecco quello che vorremmo realizzare con questo nuovo strumento. Noi ce la metteremo tutta. A voi chiediamo di aiutarci, leggendoci, facendo conoscere il sito, dandoci suggerimenti e proponendo articoli e contributi.
La redazione
Odio gli indifferenti!
“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?
Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.
Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.
Antonio Gramsci, 11 febbraio 1917
TESSERA FGCI 2011. DAL MOVIMENTO ALLA SOCIETA' DELLA CONOSCENZA

Il movimento ha superato la prova più difficile, quella di dare continuità alla giornata del 14 dicembre, fronteggiando da un lato il rischio della repressione del Governo e dall'altra di un fisiologico riflusso.
Questa esperienza straordinaria sta mettendo in luce la drammatica condizione in cui vivono le giovani generazioni in Europa ed in particolare in Italia, strette tra l'impossibilità di realizzare le proprie aspirazioni e una precarietà diventata strutturale. E' un movimento maturo, che ha ben chiaro che la causa della propria condizione risieda nel sistema di sviluppo attuale, che connette le proprie lotte con quelle dei lavoratori e di chi si batte per la difesa dei beni comuni.
Oggi non siamo caduti nella provocazione di chi ha provato, senza riuscirci, a trasformare la rabbia di una generazione a cui è stato tolto il diritto al futuro in un fatto di ordine pubblico. Li abbiamo lasciati soli a presidiare i palazzi del potere, quel Senato in cui ieri si è scritta una delle pagine più brutte della vita parlamentare della Repubblica, e quella Camera in cui qualche deputato acquistato da Berlusconi tiene in vita un Esecutivo chiaramente moribondo.
Dall'inizio dell'anno prossimo è necessario compiere un salto di qualità, proseguire l'opposizione sociale, costruire lo sciopero generale e mettere in campo un profilo programmatico di alternativa a partire dalla piattaforma della Fiom e dalle esperienze sociali che hanno condotto le lotte in questi mesi.
Per quanto ci riguarda, lavoreremo generosamente senza risparmiarci in questa direzione. Mi fa piacere presentare la tessera 2011 della Fgci in un giorno come questo, una tessera che ci accompagnerà lungo la costruzione del soggetto generazionale unitario.
Abbiamo scelto un soggetto coraggioso, una ragazza che lancia un libro aperto da cui escono delle parole, il nostro vocabolario del cambiamento, le ragioni per cui abbiamo deciso di dedicare la nostra vita a questo progetto.
La conoscenza come elemento centrale di emancipazione della nostra generazione, ma anche come risposta al modello Marchionne che baratta i diritti costituzionali con il diritto al lavoro e comprime i salari verso il basso.
Il nostro tesseramento non sarà più, come qualche volta purtroppo è stato in passato, un rito stanco, ma un gesto consapevole della propria condizione e della necessità del riscatto: abbiamo scelto un messaggio forte e una modalità originale, con un omaggio allo street artist del movimento new-global Banksy, simbolo di un'arte e di una generazione radicalmente fuori dagli steccati in cui stanno sempre di più cercando di chiuderci.
Flavio Arzarello - Coordinatore nazionale FGCI
PERCHE' LA BATTAGLIA SULL'ACCORDO SEPARATO DI MIRAFIORI RIGUARDA TUTTI NOI

Il 13 e 14 gennaio, date del referendum tra i lavoratori sull’accordo separato di Mirafiori, e il 28 gennaio, data dello sciopero di categoria convocato dalla FIOM, sono giornate di vitale importanza non solo per le relazioni industriali e sindacali nel nostro paese ma per il complesso delle condizioni del lavoro e dei diritti sociali per tutti noi. Perché l’elemento della contesa non si limita ad alcuni se pur importanti singoli diritti dei metalmeccanici ma condiziona il sistema della rappresentanza dei lavoratori, il ruolo dei sindacati e le possibilità di sviluppo del nostro paese.
Il dibattito mediatico ce la mette tutta per diffondere confusione e spesso la contesa viene raccontata come un tira e molla tra la necessità di “essere competitivi” e uscire dalla crisi (rappresentata dall’accordo) e i diritti dei lavoratori (rappresentati dalla FIOM).
Messa così per i più la scelta può sembrare molto più travagliata di quanto non sia in realtà. Ma la verità è che questa impostazione è una fesseria.
Stando ai fatti, mentre le istanze della FIOM effettivamente sono volte a tutelare dei diritti costituzionali (quindi irrinunciabili, tanto meno con un contratto tra privati) e delle condizioni di lavoro dignitose, nel testo presentato da Marchionne non si parla né di competitività né di un piano industriale: quella “Fabbrica Italia” che già in pesante ritardo sui primi obiettivi rimane grosso modo un mistero.
Ciò che prevede l’accordo con il decadimento del contratto collettivo nazionale e l’instaurazione di un nuovo sistema di relazioni esclusivo tra FIAT e i soli sindacati allineati (CISL e UIL, il sindacato fantoccio di matrice padronale FISMIC e la sigla di destra UGL) è prima di tutto l’impossibilità dei singoli lavoratori di avere voce in capitolo praticamente su nulla. Il lavoratore aderendo individualmente al nuovo contratto si troverà da solo di fronte all’azienda e impossibilitato (per clausola) a protestare in seguito per migliorare le proprie condizioni, pena la sanzione individuale. Come del resto le stesse organizzazioni sindacali che hanno firmato.
In più, con la cancellazione della figura delle RSU, non saranno più i lavoratori a decidere le donne e gli uomini che li rappresenteranno ma lo faranno le burocrazie dei sindacati allineati, esterne alla fabbrica, esprimendo una rappresentanza evidentemente di indirizzo politico e su criteri non democratici nel senso più letterale del termine (per sussunzione del vertice e non per voto).
I sindacati non firmatari (la FIOM) oltre a non poter essere presenti in azienda non potranno indire alcun tipo di assemblea, assicurando così che i lavoratori non abbiano un confronto democratico se non pilotato dalle organizzazioni compiacenti.
A questo si uniscono le clausole sulle condizioni di lavoro, peggiorative sia per le garanzie di salute e benessere (tempi, turni, un regolamento di stampo intimidatorio con penali a crescere per le malattie) sia per i salari. (Per queste rimando alla precisa analisi per punti a cura della FIOM a questo link).
Non si capisce come questo c’entri con il rilancio di un settore che attraversa una crisi di vendite sistemica, per di più sapendo che il costo del lavoro – unico aspetto aggredito dall’accordo – nel settore dell’auto pesa il 3,5% sul costo del prodotto.
Insomma ancora non c’è nulla su come si affronta il futuro della FIAT o il rilancio del paese (anche se questa assenza può già farci sospettare qualcosa) e invece è chiara la rielaborazione delle relazioni industriali e sindacali, tagliando il collegamento tra i lavoratori in carne ed ossa e la loro rappresentanza in azienda e che punta alla trasformazione totale del ruolo del sindacato, che non fa più rappresentanza ma solo attività burocratica e servizi. Il tutto in un andamento peggiorativo sul “modello Pomigliano” delle condizioni individuali.
Non è che gli oscuri progetti di Marchionne, visto che tutto si fa meno che investire in qualità, siano di spostare l’intelligenza dal nostro paese agli Stati Uniti e cercare di avvicinare il più possibile l’Italia ad una sorta di “Messico d’Europa” per quanto riguarda il settore auto?
Se per Pomiglano c’è stato qualcuno (in mala fede, ora comprovata) che ha affermato che si trattava di un “una tantum” emergenziale, ora nessuno si spreca più in tali giustificazioni. Come di “Pomigliano” in Italia ce ne erano state prima e ce ne sono state dopo, non è mistero che quello di Mirafiori è il tentativo di fare scuola e imporre una nuova prassi.
È facile immaginare quanto farà gola in qualsiasi altra categoria un sistema che cancella la lotta dei lavoratori e mette il controllo tutto nelle mani della dirigenza. Con conseguenze che possono arrivare dove il precariato ancora non era riuscito ad arrivare e che si ripercuoteranno ulteriormente sulla qualità della vita e sulle aspettative delle nuove generazioni.
Una prassi che si incastra alla perfezione con i piani del governo Berlusconi per il paese, che passano per la distruzione del sistema pubblico (su cui ci sono convergenze trasversali sinistre anche “ufficiali” come quella espressa da Treu) e il disinvestimento dalla ricerca. Tematica che coinvolge pesantemente il mondo dei saperi mobilitato già da tempo contro la riforma Gelmini. Una industria che va verso una condizione di vero e proprio “dumping” richiede forza lavoro a basso costo e non certo ricerca scientifica e innovazione.
Quando invece ciò di cui abbiamo bisogno per ripartire è l’esatto opposto: investire sul lavoro di qualità, sulla ricerca, a partire dall’istruzione e dalla formazione per ritagliare all’Italia un ruolo nel mercato che non soffra la concorrenza insostenibile dei paesi emergenti
Legato al “modello Marchionne”, che si salda con l’idea brigantile dello Stato e del mercato di questo governo, Sacconi in testa, è la punta più avanzata e il nodo politico su cui si basa la famigerata e inquietante “uscita a destra dalla crisi” che aspettavamo da tempo. Una restaurazione che per meglio dire la crisi l’ha cavalcata ma che rischia di cacciarci in un’altra crisi, economica e soprattutto sociale, ancora peggiore.
Su questo fronte è schierata la FIOM e si è saldato il movimento degli studenti al suo massimo livello di maturità, che ha capito quanto i destini in questo passaggio siano legati e comuni. È per questo che il nostro impegno come l’impegno di tutti i comunisti e della sinistra che si ritiene ancora dalla parte dei lavoratori deve essere prioritario e totale nella partecipazione alla lotta, nello studio, nella proposta politica. E su questa battaglia che si salda un fronte che può superare le divisioni e le fratture della tattica e delle inadeguatezze di ciascuno per trovare finalmente una causa comune, una piattaforma di idee e diritti irrinunciabili che metta ordine e chiarezza su chi è dalla parte del progresso e dei lavoratori e chi no.
Iniziamo a darci da fare nei giorni che ci separano dal referendum del 13 e 14 anche se, vista la data imposta che impedisce le assemblee e la pistola carica del ricatto puntata alla testa dei votanti, l’esito non potrà essere rappresentativo di nulla.
Ma soprattutto diamoci da fare nel caricare di presenza, di lotta, di politica lo sciopero del 28 gennaio.
Alessandro Squizzato - Responsabile nazionale lavoro FGCI
Dal movimento la vera alternativa al berlusconismo
Ieri il Governo ha passato, seppur di misura e non raggiungendo la soglia 'politica' di 316 voti, la prova della fiducia parlamentare. Tuttavia, risulta evidente a tutti che un Paese stremato, e non certo per la prima volta, ha manifestato la necessità del cambiamento e il fallimento definitivo della stagione berlusconiana.
In ogni città, dal Nord al Sud del Paese, la generazione a cui è stato tolto tutto, dal diritto allo studio al diritto al lavoro, ha preso in mano il proprio destino e ha deciso di gridare la propria condizione. Una percorso che incrociava e proseguiva il cammino iniziato insieme alla Fiom il 16 ottobre, che intrecciava difesa del lavoro, dei saperi e della democrazia.
E' stata una mobilitazione che è andata oltre la contestazione del ddl Gelmini, e ci ha mostrato una condizione generazionale drammatica, ma anche una consapevolezza e una voglia di riscatto insperate.
Le mobilitazioni di questi mesi, culminate nel corteo dei 100mila a Roma di ieri, non hanno solo contestato lo stato di cose presente, ma hanno indicato una strada, delle priorità, dalla difesa dei saperi e del lavoro come beni comuni, al taglio delle spese militari in favore della cultura, alla gigantesca questione del reddito, alla cancellazione della legge 30, alla ridefinizione di un sistema di welfare per studenti e precari.
Proposte che hanno portato in piazza centinaia di migliaia di giovani e che sono, di fatto, la migliore base su cui costruire l'alternativa e la sinistra.
Di fronte ad un opposizione parlamentare che, intenta a contrastare la compravendita di propri deputati, continua a non accettare la sfida elettorale, il movimento e le forze politiche, sindacali, e sociali che vi hanno preso parte attivamente, devono compiere uno scatto, disegnando un nuovo modello di società, riscoprendo la modalità di discussione e organizzazione che avevano inaugurato il secolo culminando nel laboratorio di Genova.
Siamo ad un passaggio cruciale, gli episodi di ieri, che sono stati provocati da elementi esterni al movimento e sui quali resta da chiarire anche il ruolo, che sembra emergere chiaramente, di infiltrati delle forze dell'ordine, non devono intaccare la credibilità del movimento e soprattutto la connessione sentimentale che si era creata nelle settimane scorse con larghissimi settori della popolazione, stremata dalle politiche di questo Governo e forse anche in cerca di una reale forza di opposizione.
Affermare, come è sempre stato fatto in questi mesi e anche ieri nel corteo degli studenti, pratiche di lotta democratiche, che sappiano ad esempio contrastare l'autoritarismo che ha portato alla blindatura del centro di Roma, è centrale per le nostre possibilità di successo.
Sia ben chiaro che le responsabilità sulla gestione della piazza, sulle cariche indiscriminate, sugli infiltrati che creavano ad arte momenti di tensione, su fermi e arresti di studenti inermi, gettano un'ombra inquietante sul Governo e sul ministro dell'Interno in primis.
L'obiettivo, del Governo e di chi ha preso parte alla giornata con l'unico intento di creare tensione, è che questo movimento, con la sua spinta ideale, le sue proposte, le sue pratiche, venga ricacciato indietro e inghiottito dalla pausa natalizia. Non glielo dobbiamo permettere, a partire dalla settimana prossima, quando la riforma tornerà al Senato.
Flavio Arzarello - Coordinatore nazionale FGCI
IL 14 DICEMBRE LA SFIDUCIA VE LA DIAMO NOI!

Mentre gli studenti bloccano le città, le facoltà e le scuole un regime sempre più instabile si avvia verso l'eclissi, e da che mondo è mondo, un regime finisce con il popolo che scaccia il tiranno. La liberazione che meritiamo richiede un risveglio collettivo, richiede la rivolta pacifica e determinata di chi è stanco di essere suddito, richiede che noi, uomini e donne che vivono in questo paese, scendiamo in piazza e sfiduciamo Berlusconi.
Non aspettiamo i giochi di palazzo, non appendiamoci ancora una volta all'effimera volontà di parlamentari comprati e venduti come vacche da latte, non sottoponiamoci al supplizio di dover assistere da spettatori al tragicomico spettacolo che è diventata la nostra democrazia. Muoviamoci prima, sfiduciamolo noi, mandiamo a casa Berlusconi dal basso, senza concedere una briciola di legittimazione a chi si inventa opposizione da un giorno all'altro, dopo averci lasciati per anni soli nel tentativo di difendere la scuola e l'università pubbliche, la libera ricerca, i diritti dei lavoratori, la dignità degli esseri umani.
L'opposizione siamo noi, ed è arrivato il momento di dimostrarlo. Il 14 dicembre, giornata in cui sarà votata in parlamento la fiducia al governo, saremo in piazza in tutta Italia assediando Montecitorio a Roma e le prefetture di tutt'Italia, e non ci limiteremo a sfiduciare il governo, ma dimostreremo che noi, generazione precaria e senza futuro, non siamo sfiduciati. Dopo anni di soprusi, dopo anni in cui gli studenti, insieme a pochi altri soggetti sociali, hanno costruito l'opposizione sociale, è arrivato il momento di passare dalla resistenza alla riscossa.
Il governo è precario come noi, ma, a differenza di Berlusconi e dei suoi vassalli di oggi e di ieri, a differenza di chi lo sostiene e di chi abbandona la barca, a differenza di chi ha consentito lo strapotere berlusconiano, noi non cadiamo. Noi il giorno dopo saremo ancora lì, nelle scuole, nelle università, tra le macerie di questo paese, pronti a costruire un'alternativa, pronti a ricostruirci il futuro.
Ci rivolgiamo a tutta la società civile, agli studenti e ai lavoratori che hanno animato l'opposizione sociale negli ultimi mesi, ai cittadini in lotta per difendere la dignità della propria vita, da Brescia a Pomigliano passando per l'Aquila. Dimostriamo che le nostre mobilitazioni hanno cambiato qualcosa. Dimostriamo in piazza, il 14 dicembre, che l'Italia dopo Berlusconi non sarà un deserto pronto ad essere saccheggiato dal prossimo predone, ma una terra di resistenza e di speranza, abitata da uomini e da donne che hanno deciso di prendere in mano il proprio destino e di costruire in prima persona il proprio futuro. Portiamo in piazza le nostre forme e i nostri contenuti, tutti insieme.
Se il 14 dicembre finirà un'epoca, la prossima saremo noi. Facciamo delle mobilitazioni di questi mesi, delle relazioni che abbiamo costruito, delle idee che abbiamo elaborato, l'inizio della nuova Italia. Mobilitiamoci in tutte le città. Mandiamolo a casa, costruiamo il futuro.
Occupiamo l'Italia!
Possiamo dire che questo movimento, molto più dell’ Onda, è stato in grado di aprirsi, di creare condivisione, di riportare opposizione sociale e conflitto tra le rovine di questa Italia allo sfascio, indifferente ed assuefatta. Nonostante tutto, ieri sera, un governo senza più maggioranza ha emesso forse il suo ultimo latrato approvando alla Camera la riforma Gelmini. Ci saranno molti meno fondi, il precariato dei ricercatori sarà ancora più incentivato, i privati entreranno nei Cda delle università pubbliche e, se queste lo vorranno, potranno trasformarle in fondazioni di diritto privato; crolleranno le borse di studio dei dottorandi e, ad ora, sono già state ridotte del 90 % quelle degli studenti; viene introdotto un criterio di meritocrazia distorto creato per dividere studenti e docenti, e così tanto altro ancora. Potrei continuare all’infinito ma sarebbe inutile. Il punto è che questa riforma non è condivisa, non piace, non è stata discussa, ed è solo un pezzo del puzzle che questo governo sta completando per spezzettare e dequalificare ciò che di pubblico c’è, per dare tutto in appalto ai compiacenti soggetti privati, e questo sulla nostra pelle e sul nostro futuro. Non avremo una scuola decente, non potremo studiare in un’ università di qualità (sarà già tanto non dover tornare ad emigrare per poter studiare legge, medicina o ingegneria) e avremo accesso ad un lavoro precario e indegno. Stanno ipotecando le vite dei ragazzi di questa generazione e di quelle future, e lo fanno chiamando tutto ciò riforma!
La settimana prossima il testo di riforma Gelmini tornerà al Senato e in quei giorni si discuterà anche della fiducia a questo governo. Siamo ad un passo epocale per le nostre vite. Si deciderà se i nostri sogni e ambizioni avranno ancora diritto di cittadinanza in questo Paese o saranno costretti a fuggire via. Per questo in ogni città porteremo avanti le occupazioni, le intensificheremo, continueremo a manifestare. Ogni giorno e ogni ora, a oltranza. C’è ancora una speranza, e abbiamo intenzione di tramutarla in realtà. Il nostro atto d’ amore verso questo Paese è negli slogan urlati dai studenti nelle strade, negli striscioni appesi in ognuna delle aule delle università italiane, nel freddo sopportato sui tetti in nome di una società radicalmente diversa per la quale battersi.
La riforma non deve passare. Sarebbe bello poter dire che non passerà. Di sicuro non la faremo approvare rimanendo inermi, consegnando il nostro futuro a chi lo vuole distruggere. In queste ore continueremo la nostra lotta, con rabbia e coraggio. Siamo tanti, siamo un Paese intero, e fino alla discussione al Senato niente è ancora deciso definitivamente. Per cui avanti tutta, manteniamo le occupazioni e pressiamo ogni ora di più un governo sull’ orlo della precipizio. Possiamo farcela e abbiamo l’ obbligo di provarci.
“Non abbiamo nulla da perdere se non le nostre catene”: è quanto di più vero oggi si possa dire.
Al lavoro e alla lotta.
Gian Piero Cesario, Responsabile Nazionale Scuola FGCI
Lettera di Francesca
Questa lettera è stata pubblicata sul Fatto Quotidiano. E’ la bella lettera di una studentessa che partecipa al movimento degli studenti. E’ una nostra compagna che si firma Francesca e preferisce non rivelare la sua vera identità considerando la sua condizione comune a quella di moltissime altre ragazze.
Francesca ha 21 anni, vive alla periferia di Roma, è iscritta al terzo anno di giurisprudenza. Il padre è autista di autobus, la madre operatrice ecologica, lei fa la cameriera per mantenersi gli studi. Francesca fa parte di una generazione a cui è stato “bloccato il futuro”. Nel 2009 infatti l’Eurostat ha segnalato come in Europa “in genere il tasso di disoccupazione tende a diminuire con l’aumento dell’istruzione”. In Italia, in Portogallo, in Grecia e in Turchia invece più sei istruito e più avrai difficoltà. L’istituto di statistica spiega che il nostro paese ha “registrato il livello di disoccupazione più alto fra le persone con un’età compresa fra i 25 e i 29 anni”. Nel 2007, prima della crisi, i disoccupati con una laurea erano il 19,3%. Esattamente come quelli diplomati. E oggi va peggio. Anche per questo Francesca ci ha inviato questa lettera per spiegarci perché è scesa in piazza nei giorni scorsi. Le sue motivazioni infatti non hanno a che fare solo con la riforma dell’Università che la maggioranza, “temendo scossoni”, ha deciso di fare slittare dopo il voto di fiducia previsto per il 14 dicembre.
Caro direttore,
sono una studentessa romana di 21 anni, iscritta al terzo anno di giurisprudenza. Scrivo al Fatto Quotidiano perché spero che possa dar voce a una generazione ormai troppo spesso ignorata. Per farci ascoltare siamo dovuti scendere in piazza e bloccare le città. E nonostante questo ci hanno dato dei falliti e dei fannulloni.
Io non sono una bambocciona, né sono fuori corso come dice il presidente del Consiglio. Io sono l’orgoglio di una famiglia che spera ancora di potermi dare una vita migliore di quella che hanno avuto loro. Noi studenti non siamo scesi in piazza solo per la riforma. Certo, quella è la punta dell’iceberg di una cultura che questo governo ha voluto imporre: sei ricco? Potrai ancora studiare. Sei povero? Meglio se fai un istituto professionale e ti cerchi un lavoro, perché l’Università non te la potrai permettere. Io fino ad oggi posso garantirmi gli studi grazie alla borsa di studio e al lavoro di cameriera. Se dall’anno prossimo verrà a mancarmi la prima, il secondo non mi basterà più.
Sono stata e tornerò in piazza per far sentire la mia voce insieme a quella degli altri ragazzi che non solo hanno paura di non potersi laureare, ma soprattutto temono che quel foglio di carta guadagnato con immensi sacrifici non valga poi nulla nel nostro paese. Sono pronta ad andare all’estero se necessario, ma perché non possiamo sognare di restare in Italia per valorizzarla con la nostra cultura? Il rischio, restando, è una vita di sacrifici che non porti nemmeno a una pensione decorosa. Anzi, che non porti proprio alla pensione, che forse non riceveremo mai. L’applauso degli automobilisti romani bloccati nel traffico di Roma, martedì, ci ha detto che non siamo soli. Anche loro sperano che i figli possano avere un futuro migliore di quello che questo governo ci sta disegnando. Ai politici la nostra cultura fa paura, preferiscono un popolo ignorante. Ma noi, questa volta, non ci fermeremo. Speriamo neanche voi nel darci voce.
Berlusconi: sessismo e omofobia nell'anniversario della morte di Pasolini
Abbiamo più volte sottolineato e condannato la sua “idea” di donna; un ornamento, mero strumento di piacere sottomessa la potente. Il suo atteggiamento nei confronti delle donne (e delle ragazzine!) è semplicemente vergognoso ed è estremamente offensivo che affermi pubblicamente che questo suo “stile di vita” sia da considerarsi meglio dell’ essere gay.
Chissà cosa penserebbe Pasolini oggi di tutto questo, dei festini, delle escort, della doppia moralità di chi esalta il valore della famiglia fondata sul matrimonio, e si intrattiene con minorenni e prostitute, utilizzando la posizione di potere che ricopre. Ci piacerebbe poter leggere un suo editoriale, come il famoso "Io so", che pubblichiamo di seguito, per ricordare un grande protagonista della cultura italiana.
Cos'è questo golpe? Io so

di Pier Paolo Pasolini
Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato "golpe" (e che in realtà è una serie di "golpe" istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di "golpe", sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l'aiuto della Cia (e in second'ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il '68, e in seguito, sempre con l'aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del "referendum".
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l'organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio "progetto di romanzo", sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il '68 non è poi così difficile.
Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all'editoriale del "Corriere della Sera", del 1° novembre 1974.
Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.
Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.
Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi - proprio per il modo in cui è fatto - dalla possibilità di avere prove ed indizi.
Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.
Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.
Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.
All'intellettuale - profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana - si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.
Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al "tradimento dei chierici" è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.
Ma non esiste solo il potere: esiste anche un'opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano.
È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all'opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell'Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.
Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario - in un compatto "insieme" di dirigenti, base e votanti - e il resto dell'Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un "Paese separato", un'isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel "compromesso", realistico, che forse salverebbe l'Italia dal completo sfacelo: "compromesso" che sarebbe però in realtà una "alleanza" tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell'altro.
Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.
La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l'altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.
Inoltre, concepita così come io l'ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l'opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.
Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch'essi come uomini di potere.
Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch'essi hanno deferito all'intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l'intellettuale viene meno a questo mandato - puramente morale e ideologico - ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore.
Ora, perché neanche gli uomini politici dell'opposizione, se hanno - come probabilmente hanno - prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono - a differenza di quanto farebbe un intellettuale - verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch'essi mettono al corrente di prove e indizi l'intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com'è del resto normale, data l'oggettiva situazione di fatto.
L'intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento.
Lo so bene che non è il caso - in questo particolare momento della storia italiana - di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l'intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che - quando può e come può - l'impotente intellettuale è tenuto a servire.
Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l'intera classe politica italiana.
E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi "formali" della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.
Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico - non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento - deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.
Probabilmente - se il potere americano lo consentirà - magari decidendo "diplomaticamente" di concedere a un'altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon - questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.
16 e 17 ottobre: il futuro è oggi!

La manifestazione della Fiom - e tutto il percorso che l'ha preceduta - ha risvegliato le coscienze, rimesso in moto energie, riappassionato un popolo di sinistra che, in questi anni, ha vissuto pesanti sconfitte e difficilissimi momenti.
Una grande mobilitazione unitaria, dal punto di vista sociale prima di tutto: la Fiom ha avuto il merito e la capacità di connettere la battaglia per la dignità del lavoro, a partire dal ricatto di Pomigliano, con le altre esperienze di lotta in campo oggi nel Paese, dal movimento degli studenti e dei ricercatori, al movimento per la difesa dei beni comuni, che nei mesi scorsi ha raccolto più di 1 milione di firme si è battuto per il referendum sull'acqua.
Un popolo, quello della sinistra, che si è ritrovato unito su grandi battaglie, che ha ricostruito una connessione sentimentale che sembrava smarrita per sempre.
Possiamo affermare con nettezza e anche con un pelo di orgoglio di aver avuto ragione ad aver investito in modo massiccio, come Federazione della sinistra e, forse ancora di più, come organizzazioni giovanili in quest'appuntamento.
Costruire il soggetto generazionale unitario dentro il conflitto, dentro quest'autunno di lotta, individuando il 16 ottobre come data 'costituente', ci ha permesso di coltivare relazioni, di riscoprire la nostra utilità e anche la nostra capacità organizzativa: lo spezzone unitario è stata una grande prova di forza, ma anche un grande fatto politico, che dimostra la nostra piena internità alle lotte, dimostra che siamo una realtà che si batte con generosità e puntualità: siamo stati presenti e attivi in tutti gli appuntamenti, dal ‘No B day’ del 2 ottobre, al quale abbiamo contribuito con un profilo più sociale, fino alla straordinaria giornata di mobilitazione dei saperi dell'8 ottobre, che abbiamo organizzato, insieme a tutto il movimento, in ogni angolo del Paese.
La sfida oggi è non disperdere questo patrimonio, dispiegato a partire dai territori: dobbiamo lavorare affinché i comitati costruiti per organizzare il 16 ottobre rimangano attivi, siano 'propulsori unitari di conflitto'. In questa direzione l'assemblea di domenica alla Sapienza rappresenta un fatto di grande rilevanza: il movimento studentesco con grande maturità - frutto certamente della sconfitta e anche degli errori dell'Onda - ha avuto la capacità di connettersi e fare fronte comune con le altre realtà di lotta, il mondo del lavoro prima di tutto: è un fatto politicamente straordinario e plasticamente significativo che il Segretario generale della Fiom sia stato tra gli attori principali dell'assemblea. Un'assemblea che segna un cambio di passo: i tagli, la riforma universitaria, l'attacco al diritto di sciopero come al contratto nazionale, il restringimento degli spazi di democrazia vengono letti come la risposta autoritaria del Governo alla crisi economica, che viene definita strutturale e non transitoria. Dentro la crisi, che ha inasprito le condizioni che l'hanno causata invece di aver facilitato la messa in discussione del modello di sviluppo, viene individuata come determinante la questione generazionale: la lotta contro la precarietà viene definita come priorità assoluta.
Sull'attualità, inoltre, viene assunta, anche grazie all'impegno delle nostre compagne e dei nostri compagni in tutte le strutture del movimento, la parola d'ordine dello sciopero generale e generalizzato.
Ad un anno dalla nostra Conferenza nazionale, nella quale abbiamo criticato l'Onda per una mancanza di connessione con gli altri segmenti sociali e posto con forza il tema della riconnessione delle scintille di lotta, e a qualche mese da un campeggio estivo unitario che ha posto in modo sostanziale questi temi, vivo oggi tutto questo come un fatto politicamente nuovo e straordinario.
Il punto, da oggi, è tradurre tutto questo in mobilitazione e organizzazione: abbiamo di fronte a noi un'agenda già ricca, dal 30 ottobre dei precari della scuola, al 17 novembre degli studenti, al 27 novembre della Cgil, al 4 dicembre dei movimenti per l'acqua, all'11 dicembre contro la crisi.
Gli obiettivi di tutte e tutti credo siano tre: il primo, banale, è che questo percorso contribuisca in modo determinante a cacciare il Governo, il secondo che il movimento cresca nel ventre del Paese, e per far sì che questo avvenga è necessario in ogni territorio allargare la base dei promotori, intrecciando la rete Uniti contro la crisi ai comitati locali per il 16 ottobre, alle tante Reti locali contro la crisi attive da più di un anno, penso ad esempio alla realtà romana, ai comitati promotori del referendum sull'acqua pubblica. Su questa strada dobbiamo compiere uno sforzo straordinario di democrazia e partecipazione: tutte le realtà del movimento devono essere e sentirsi parte attiva e propositiva. Un'altra partita centrale si gioca sui processi decisionali, nei quali l'Onda ha fallito: l'esperienza di questi mesi può dare una lezione alla politica, avvitata spesso in personalismi lontanissimi dai contenuti, se riscopre, dal basso, il valore della democrazia partecipata.
La terza questione, è che questo patrimonio non evapori con la fine dell'anno, ma si traduca in elemento permanente.
Su questo aspetto credo che noi, proprio nel percorso di costruzione del soggetto generazionale possiamo dare un contributo determinante: è prioritario, infatti, costruire spazi, luoghi fisici di discussione, di aggregazione, di organizzazione delle lotte e del conflitto, delle 'casematte di resistenza', aperte a tutte e tutti gli attori del movimento, di chi si batte ogni giorno nelle scuole, nelle università e nei posti di lavoro, che ci aiutino a ricostruire una socialità disgregata dalla barbarie del capitalismo e, più banalmente, un consenso di massa. Dobbiamo produrre uno scatto, concretizzare entro l'anno il nostro percorso, per mettere a disposizione delle nostre organizzazioni uno strumento in grado di intercettare la voglia di cambiamento che si sta dispiegando in ogni angolo del Paese.
Flavio Arzarello - Coordinatore nazionale FGCI
FGCI - GC: dopo la straordinaria prova di forza del 16 ottobre diamo continuità all'unità. Con la FIOM. Per il lavoro, il salario, i diritti.

Da qui ripartiamo, con la consapevolezza che i giovani non sono più un accessorio ma sono la parte propulsiva di questo grande movimento di massa che reclama diritti, lavoro, rappresentanza.
Per questo non possiamo perdere un’occasione così grande: lanciamo la proposta di dare continuità alla manifestazione di oggi e di rispondere alla grande domanda di unità contenuta in questa manifestazione coordinando tutte le forze che hanno costruito la data del 16 ottobre in maniera permanente, mettendo a valore i comitati territoriali nati in tutta Italia, e tutte le relazioni che abbiamo costruito sui territori per il 16 ottobre.
Anche da qui, soprattutto da qui, iniziamo a cacciare Berlusconi e a costruire l’alternativa.
Anna Belligero, Flavio Arzarello, Simone Oggionni
Scuola - Giovani PdCI in piazza bendati contro egoismo del governo
Lo dice Flavio Arzarello, segretario nazionale della Fgci, l'organizzazione giovanile del PdCI-FdS, a margine della manifestazione di Roma.
Gli studenti della Fgci e dei Giovani comunisti di Rifondazione si sono presentati in tutti i cortei studenteschi con gli occhi bendati al grido di 'Togli la benda, conquista il futuro'.
"Vogliamo simboleggiare così - continua Arzarello - la mancanza di prospettive a cui ci costringe il Governo e la volontà ben chiara, da parte di Berlusconi e della Gelmini, di indebolire il sistema della formazione per evitare che i cittadini di domani abbiano gli strumenti per emanciparsi. Togliersi la benda - conclude - per noi vuol dire sconfiggere l'intera idea di società berlusconiana, fondata unicamente su egoismo e denaro e ricostruire una scuola ed un'università di massa e di qualità".
8 e 16 ottobre: lotta per i saperi e per il lavoro
Quest'autunno, come mai negli ultimi anni, ci sono le condizioni per costruire un reale movimento di massa, che unisca studenti, lavoratori della conoscenza, precari, docenti, operai, con l'obiettivo di mandare a casa il Governo di Berlusconi, Gelmini e Marchionne.
Dentro questo quadro, dobbiamo mettere in campo il massimo sforzo per unire i focolai di lotta che si stanno aprendo in tutto il Paese: è necessario, dunque, che le due date centrali della mobilitazione di ottobre, l'8 ottobre degli studenti ed il 16 ottobre dei metalmeccanici, si parlino, costruiscano un sentire ed un agire comune.
In particolare, il percorso verso la mobilitazione dell’8 ottobre lanciata dal movimento studentesco si sta concretizzando in ogni territorio.
Crediamo, in vista delle assemblee delle realtà locali, sia necessario affermare un punto di vista preciso e condiviso all’interno del percorso di lotte di questo difficile e impegnativo autunno: per questo, dove è possibile, è bene mettere al centro della nostra proposta politica, questi punti:
■reintegro dei lavoratori della scuola precari licenziati dalla Gelmini;
■introduzione dell’obbligo scolastico a 18 anni senza che questo sia sostituito da forme, mascherate o palesi, di avviamento professionale;
■introduzione di un welfare studentesco che lo renda possibile;
■sussidio per ogni studente appartenente ad un nucleo famigliare con reddito basso per combattere la dispersione scolastica;
■gratuità del materiale scolastico;
■rafforzamento dell’incisività, sulle decisioni interne agli istituti scolastici, degli organi di rappresentanza studentesca;
■un piano straordinario per l’edilizia scolastica, con risorse da reperire tra la spesa in armamenti e l’evasione fiscale;
■creazione di più mense e case dello studente, così come una serie di servizi, dai trasporti ai luoghi di studio, che mettano al centro lo studente;
■aumento della spesa pubblica sui saperi almeno al 5,6% (media UE);
■lotta concreta alle baronie e abolizione del perverso sistema dei crediti.
La nostra battaglia non può essere solo di retroguardia, in difesa dell’assetto dei saperi precedente agli interventi distruttivi della Gelmini, ma deve avere l'ambizione di costruire un'idea di scuola e più in generale di saperi radicalmente diversa dall'attuale: un sistema dei saperi che non sia più funzionale alle esigenze del mercato, ma che torni saldamente in mano pubblica e non sia terreno di macellerie sociali.
L’ 8 ottobre dovrà essere la data di nascita di un grande movimento di protesta e di costruzione di un’alternativa generazionale, dove queste nostre idee per una società diversa siano presenti come elemento nuovo e dirompente. L’ impegno dovrà essere massimo sin da ora.
Giovani Comunisti e Fgci
Diliberto sulla "controriforma Gelmini"
Il merito viene premiato quando i ragazzi possono usufruire di un insegnamento moderno ed adeguato, quando sono attentamente seguiti fin dai primi anni, quando possono accedere gratuitamente all’educazione e non solo sulla base del reddito delle famiglie. Questa è una scuola contro i meritevoli e i più poveri, gestita con pressapochismo e cinismo da una ministra che è una specie di ragioniera prestata alla politica. La controriforma della Gelmini è contrassegnata dai licenziamenti di massa e dall’aumento delle tasse scolastiche. Meno personale docente e non docente, servizi e mense più care, un precariato massiccio ed irrisolvibile nelle condizioni dettate dalla Gelmini. Per il futuro dell’Italia è un momento drammatico. Si dovrebbe puntare sulle intelligenze dei nostri figli e invece l’educazione e la cultura vengono umiliate come mai prima d’ora. Mi auguro che dalle scuole parta un movimento di lotta importante che respinga questo stato di cose e che si crei una salda unità tra studenti, personale docente e non docente e le centinaia di migliaia di precari senza prospettiva di lavoro". E' quanto afferma Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI.
16 ottobre, i giovani a fianco della FIOM
Il 16 ottobre la Fiom ha convocato una manifestazione nazionale per difendere il contratto collettivo nazionale di lavoro, per difendere il lavoro e la sua dignità, per respingere i tentativi di Marchionne e del Governo di superare di fatto la Costituzione ed i diritti che la Carta sancisce.
Sarà una manifestazione importante, collocata all'inizio di un autunno che sarà caldissimo su più fronti, ed in particolare su quello del lavoro e dei saperi.Due mondi, quello del lavoro e dei saperi, che sono stati, accanto allo scardinamento dello Stato democratico, i principali bersagli dell'azione di questo Esecutivo: compressione salariale e dei diritti da un lato, tagli senza precedenti alle risorse, umane e materiali, dall'altro. Colpire i saperi, indebolire il mondo del lavoro sono due assi portanti dell'idea di società che questo Governo vuole, fino ad oggi con successo, costruire.
Una società più ignorante, meno consapevole, possiede infatti meno strumenti di autodifesa dal pensiero dominante, dalla tempesta di notizie parziali e plasmate che ci arrivano attraverso i grandi mezzi di comunicazione.
Quello del governo è un progetto di scuola e di istruzione chiaramente classista: più in mano ai privati che allo Stato e orientata alla creazione di forza lavoro a seconda delle esigenze dell’impresa (ricordiamoci le inquietanti prole di Sacconi). Una scuola scadente per la massa e una nicchia piccola ed esclusiva – leggasi “per ricchi” – per lo più privata, riservata alla formazione della classe dirigente.
In questa direzione vanno i tagli della riforma Gelmini, che produrranno 20mila insegnanti disoccupati da settembre, gli ulteriori tagli della manovra finanziaria, la trasformazione degli Atenei in fondazioni di diritto privato, in cui le aziende hanno la possibilità di indirizzare la didattica.
La precarietà è diventata il paradigma di una generazione che, indipendentemente dal livello di istruzione, non vede garantito il proprio futuro.
Siamo al cospetto di una grande manovra di reimpostazione del mondo del lavoro che mira ad annullare il welfare di matrice europea – figuriamoci quello avanzato italiano – per abbattere la spesa sociale e livellare verso gli standard dell’est-Europa il costo del lavoro.
L’effetto per le nuove generazioni sarà un dumping sociale generalizzato, la definitiva scomparsa di qualsiasi ascensore sociale e, per i cedi medi e bassi, l’arretramento delle condizioni di vita rispetto a quelle dei propri genitori.
La crisi è il grimaldello per questo piano che attraversa in modi diversi tutta l’Europa, con la benedizione del Fondo Monetario Internazionale, ma che nel nostro paese si intreccia anche con le pratiche piratesche di una classe imprenditoriale stracciona, che tra delocalizzazioni e abbassamento dei diritti lucra sulla socializzazione delle perdite.
Una politica miope, che sta spingendo le migliori menti del nostro paese all’estero, che rinuncia a immaginare un futuro per l’Italia.
Nessun paese avanzato può pensare al proprio futuro competendo, al ribasso, sui costi della mano d'opera e rinunciando alla ricerca ed all'innovazione.
Sulla nostra generazione si sta consumando una grande rapina di salario, diritti e futuro che se non incontrerà una forte opposizione sociale – che può venire solo dai diretti interessati, quindi da noi – proseguirà nelle sue forme più barbare e devastanti.
Sulla base di queste schematiche e sintetiche riflessioni, proponiamo un percorso di avvicinamento alla grande manifestazione nazionale del 16 ottobre lanciata dalla FIOM: costruiamo momenti di elaborazione e mobilitazione unitaria, insieme alle forze politiche, sindacali, associative disponibili, a partire da una piattaforma unificante sul tema dei saperi, della nostra idea di scuola e di università, aperta ed inclusiva, pubblica ed accessibile, ed una piattaforma generazionale sul tema del lavoro, che rilanci, accanto alla difesa del Contratto collettivo nazionale di lavoro, l'abrogazione della Legge 30, l'introduzione di una soglia minima di salario, un'offensiva contro il lavoro nero, vera e propria piaga nel mezzogiorno d'Italia. Facciamo del 16 ottobre la data in cui la sinistra torna a contare, torna a far sentire la propria voce, si ricongiunge, anche sentimentalmente, con il proprio popolo, facciamolo a partire da contenuti forti: parole d'ordine che siano comprensibili ad una generazione che è cresciuta nelle divisioni, che ci faccia ritrovare l'orgoglio e la passione, pur nelle rispettive storie ed organizzazioni, di batterci uniti per la difesa e l'avanzamento dei nostri diritti.
Flavio Arzarello - Coordinatore nazionale FGCI
Alessandro Squizzato - Responsabile nazionale lavoro FGCI
Dalla parte dei saperi, per la società di domani
La protesta dei precari della scuola di questi giorni rivela drammaticamente quale sia la situazione creata da questo governo. Una protesta che si sta caratterizzando per modalità del tutto nuove, esasperata dalle parole gravi e irresponsabili del ministro Gelmini. Una concezione classista e padronale che insulta la dignità delle decine di migliaia di lavoratori della scuola a un passo dal licenziamento. La riforma che si sta concretizzando in questi giorni ha una portata epocale, addirittura peggiore di quella di Gentile sotto il fascismo: una riforma che distrugge, dequalifica, licenzia, elimina, impoverisce e condanna.
Il futuro di giovani, studenti, personale ATA, docenti e ricercatori non è mai stato così attaccato nelle sue fondamenta come da questo governo.
Il punto nodale è che non c’è alcuna volontà di operare vera una riforma del comparto dei saperi - anche solo una riforma di destra, una visione delle cose diversa dalla nostra, ma comunque espressione di una legittima posizione, per quanto non condivisibile.
In realtà si sta solo sistematicamente affossando il comparto scuola-università senza dare alcuna prospettiva diversa, rendendo l’istruzione pubblica ai suoi vari livelli un ricordo antico, e impedendo di fatto che attraverso essa si crei nel futuro cittadino consapevolezza sociale ed emancipazione economica. Per questo crediamo che sui saperi, sulla lotta per una scuola ed un’università di massa e di qualità debba necessariamente declinarsi la nostra proposta radicale di trasformazione della società, respingendo sì la riforma Gelmini, ma rilanciando anche la nostra visione del mondo.
Il workshop sui saperi svoltosi nei giorni scorsi al campeggio unitario FGCI-GC “Alternativa Rebelde“è stato utilissimo a tal proposito, con giovani compagne e compagni che hanno portato un contributo propositivo notevole, declinando una visione alternativa e “classista” del conflitto e specificando come le due organizzazioni giovanili comuniste debbano agire come un soggetto organico in termini di proposte e di idee.
Ma è nell’incontro con le altre realtà giovanili in campo, partitiche, sindacali, semplici collettivi che si dovrà costruire a partire da subito un fronte unico in grado di arginare la barbarie di questo governo.
Per questo non possiamo che ringraziare la partecipazione al workshop delle compagne e dei compagni di UDS-LINK, Rete degli Studenti, UDU, Uniriot e Forum dei Sapei di SEL. Un segnale preciso di aggregazione nella lotta sui contenuti e sulle proposte, a dimostrazione che dinanzi ad un attacco alla democrazia senza precedenti, ai saperi, alla qualità della conoscenza, al diritto allo studio e all’uguaglianza delle condizioni di partenza sia imprescindibile rispondere con un fronte condiviso e compatto, lanciando proposte serie e di cambiamento. Una mobilitazione collettiva, costruita su una piattaforma discussa e ambiziosa, che veda dalla stessa parte della barricata tutte le vittime dello smantellamento in atto, con proposte concrete e non semplici slogan.
Intendiamo mettere a disposizione di questa piattaforma larga e partecipata le proposte che la FGCI ha maturato nella sua attività politica: spostare a diciotto anni l’obbligo scolastico, introduzione di un incentivo fiscale di 200 euro per tutti i figli appartenenti a nuclei famigliari con reddito ISEE inferiore ai 10.000 euro, a patto che i figli proseguano gli studi per tutto il periodo obbligatorio, riforma delle rappresentanze studentesche in modo che esse siano più incisive e funzionali, innalzamento almeno al 5% del Pil delle risorse pubbliche destinate a finanziare l’istruzione insieme alla resa gratuita o semi gratuita di libri di testo e materiale scolastico, lotta per il risanamento dell’edilizia scolastica rispetto alla quale anche questo governo ha miseramente fallito.
Sul fronte universitario diciamo NO ad una università per pochi e gestita dai privati. Vogliamo che la formazione a tutti i livelli resti libera così come la ricerca. Vogliamo che le università ritornino ad essere un luogo di cultura accessibile a tutti senza distinzione di classe, in cui tutti abbiano le stesse possibilità indipendentemente dalla situazione economica, sociale e personale. Accanto a questo chiediamo che siano varate delle vere leggi sul diritto allo studio e che siano stanziati fondi per case dello studente, mense universitarie, rimborsi per libri e che accanto ad ogni polo universitario sia creata una rete di servizi e soprattutto una rete di trasporti tale da rendere gli atenei e le città universitarie più a dimensione di studente. Le risorse, ovviamente, devono essere distribuite secondo un criterio complessivo legato al reddito.
Riteniamo che la rappresentanza studentesca debba essere ripensata in modo da poter rendere lo studente più incisivo in merito alla didattica e all’organizzazione degli atenei.
Crediamo che una sana ed incisiva rappresentanza studentesca possa anche arginare il fenomeno dello strapotere dei così detti “baroni”.
Crediamo che lo studente debba essere la figura centrale e più importante nel sistema universitario e riteniamo che questo dovrebbe essere il cuore delle politiche universitarie del governo, mentre troppo spesso il suo ruolo è relegato a quello di semplice spettatore-utente senza la possibilità né il diritto di poter esprimere un parere in merito a politiche che lo interessano in prima battuta.
Ma le proposte e l’idea alternativa che noi abbiamo sul tema dei saperi e che intendiamo ancorare alla società non può che tenere presente anche di un’altra componente, quella di tutti i lavoratori della conoscenza.
Lavoratori che a causa di questa ignobile riforma vedono il proprio futuro tragicamente a rischio. La solidarietà non basta, e non è peraltro tra i compiti di un’organizzazione giovanile.
Ma riteniamo, con convinzione che la lotta per un sistema dell’istruzione migliore passi imprescindibilmente attraverso un miglioramento effettivo e strutturale delle condizioni di docenti, personale ATA, ricercatori e precari. E tutto ciò non si realizza certo attraverso licenziamenti ma aumentando la spesa, attraverso un impiego necessario delle risorse pubbliche.
Questo perché ci sono settori dello Stato, in un mondo ancorato ai concetti di efficienza ed economicità, sui quali non è possibile applicare un’impostazione aziendale, fatta da utili e ricavi: il settore dei saperi è uno di questi, l’investimento senza “ritorni” immediati, con aumenti di risorse per scuola, università e ricerca, è fondamentale per una società ricca culturalmente e libera economicamente.
Il nostro obiettivo è chiaro e l’analisi del contesto in cui ci troviamo a combattere lo è altrettanto. Ora, dopo l'analisi, non possiamo più rinviare l’azione, che passa attraverso un soggetto politico forte, giovanile e generazionale, che sappia essere canalizzatore delle lotte, ma soprattutto sia in grado di unire ad una dinamica di difesa delle conquiste sociali di studenti e operai nei decenni passati, il rilancio di una visione nuova e nostra, di questa generazione, del contesto sociale nel quale siamo destinati a vivere e ad esprimere le nostra personalità e capacità.
Il nostro essere comunisti si declina in un modo molto preciso: costruire le condizioni materiali per cambiare l’esistente, realizzare una società migliore. Il percorso unitario e condiviso con i Giovani Comunisti risponde a questa elementare esigenza.
Siamo la generazione che per prima invidierà le condizioni di vita di quelle che ci hanno preceduto; non possiamo accettare passivamente questa condizione, che è figlia di un vero e proprio furto ai nostri danni. Da questo assunto lanciamo la nostra sfida a chi pensa che questo disegno di egoismo sociale chiamato riforma veda i giovani di questo paese proni alla distruzione del proprio futuro.
Questo governo cadrà, le sue riforme non passeranno, la democrazia sarà ampliata e non mortificata e i saperi torneranno ad essere un patrimonio accessibile a tutti.
Gian Piero Cesario - Responsabile Nazionale Scuola FGCI
L'attacco al nostro futuro, il furto del nostro presente
L'aggressione che il blocco di potere del Governo, di Confindustria e delle autorità economiche internazionali come la Bce stanno portando contro la classi popolari anche del nostro Paese è ormai del tutto esplicita anche nelle forme: mai come in questo caso è evidente la riproposizione del vecchio schema liberale di socializzazione delle perdite e privatizzazione degli utili.
L'intervento statale, per anni demonizzato, è stato rispolverato, ma unicamente in funzione di salvataggio per banche e grandi gruppi finanziari, in larga parte responsabili della crisi economica.
La ferocia autoritaria usata da FIAT e Marchionne nelle settimane recenti ne è uno dei segni rivelatori più lampanti, ma non certo l'unico.
La crisi economica di sistema che stiamo vivendo in parte agisce da comburente della trasformazione sociale, che a partire dal mondo del lavoro sta modificando nel profondo tutti gli aspetti della vita delle persone.
In particolare la nostra generazione sta incrociando una fase di trasformazione regressiva che, per la prima volta almeno dal secondo dopoguerra, rende le prospettive di benessere e di vita dei figli sicuramente inferiori a quelle dei genitori.
Il precariato dei contratti, che negli anni ormai è stato portato a norma, l'abbassamento sistematico dei salari, la contrazione dei diritti sul lavoro, il disinvestimento sul sistema dell'istruzione pubblica, la costruzione di una scuola di classe che divide tra predestinati per censo alla classe dirigente o alla produzione, la privatizzazione di università e ricerca rendono la nostra generazione strutturalmente precaria, senza certezze e prospettive: è evidente, inoltre, che queste due aree di reazione hanno bisogno per sostenersi di una torsione autoritaria della qualità democratica del paese.
Esiste dunque in Italia una gigantesca questione generazionale che va affrontata con serietà e concretezza, approntando gli strumenti necessari.
IL SOGGETTO POLITICO DELLA GENERAZIONE RIBELLE
Per questo la Fgci abbandona ogni indugio e comincia da subito un processo costitutivo del soggetto politico per la generazione ribelle, con tutti coloro che a sinistra in ambito giovanile, politico, culturale e associativo, condivideranno analisi e programma di massima, a partire dall'avvicinamento delle due organizzazioni giovanili comuniste, la nostra e i Giovani Comunisti, con i quali abbiamo già da tempo intrapreso un percorso di collaborazione nelle lotte.
Vogliamo che questo percorso proceda con importanti simmetrie rispetto a quello della Federazione della Sinistra, ma senza replicarne pigramente dinamiche, equilibri e dibattito interno.
Per la riuscita di questo progetto è imprescindibile che i tempi siano certi e rapidi, adeguati a quelli della società e della politica; non possiamo più permetterci false partenze e attendismi autoreferenziali.
Proponiamo quindi, per indagare le forme organizzative più opportune e per allargare il coinvolgimento dei territori e di altri soggetti, un gruppo operativo, snello, non pletorico e confusionario, con i compagni e le compagne dei Giovani Comunisti, che i due esecutivi si impegneranno a costituire in tempi certi, con l'incarico di completare entro dicembre 2010 il lavoro preparatorio per un'assemblea fondativa del nuovo soggetto politico.
Questione del lavoro, questione dei saperi e difesa della democrazia devono diventare i tre assi cardine lungo i quali sviluppare la nostra azione complessiva che ha l'intento di radicare e dare forza al nuovo conflitto sociale per trasformare il Paese.
Questione del lavoro per i giovani significa innanzi tutto lotta alla precarietà, questione salariale, diritto al lavoro. Abrogazione della Legge 30, salario minimo, piena e giusta occupazione devono essere le proposte centrali, sulle quali costruire campagne, mobilitazione e consenso.
Il mondo dei saperi è stato, negli ultimi anni, oggetto di fortissimi attacchi, con il chiaro scopo di dare all'istruzione italiana un'impostazione classista. Diritto allo studio, contrasto alla privatizzazione dell'università, investimenti e autonomia della ricerca devono diventare nostri campi di azione prioritari, in sinergia virtuosa con i soggetti, sindacali, associativi, locali e nazionali, che da sinistra sono impegnati da anni su questo terreno.
Il riscatto della nostra generazione non può non passare per una trasformazione radicale della qualità della democrazia in cui viviamo: battaglia contro il berlusconismo, inteso come prassi politica e sistema di valori, a partire dal devastante egoismo sociale affermatosi nel nostro Paese negli ultimi 20 anni, costruzione di un argine e di una nuova Resistenza contro il fascismo esplicito e mascherato, a partire dalla difesa della Costituzione attaccata ogni giorno di più, affermazione dei diritti delle persone GLBTQI e in ambito SOGI, questione femminile e specificità di genere, devono essere nostre priorità, sulle quali cercare il più ampio spettro di unità di azione.
Il primo appuntamento cruciale di questo autunno, funzionale proprio alla ripresa del conflitto, sarà la manifestazione nazionale del 16 ottobre indetta dalla FIOM contro le misure predatorie verso le classi popolari del governo e di Confindustria, che connette proprio lavoro e democrazia, nel quale assumiamo come nostro il compito di farvi irrompere i saperi.
LA FGCI A DISPOSIZIONE DELLA COSTRUZIONE DI UN UNICO PARTITO COMUNISTA
E' evidente che nella sfida per la costruzione del soggetto politico della generazione ribelle le comuniste e i comunisti dovranno affinare i propri strumenti, di lotta e di analisi: rimane centrale, a maggior ragione, la costruzione di un'unica e seria forza politica comunista nel nostro Paese che possa essere perno della rinascita della sinistra e del conflitto.
La Fgci per questo non si scioglie, forte del patrimonio di preparazione e maturità che pur nella consapevolezza della nostra parzialità e inadeguatezza, abbiamo dimostrato di avere, e si mette a disposizione di tutti coloro che vorranno costruire assieme a noi una forza giovanile comunista, funzionale all'analogo progetto della costruzione di un unico partito comunista.
Tutto ciò a partire da un impegno politico e organizzativo concreto nei prossimi mesi che vede tra le varie iniziative due fronti di impegno principali:
a) La ripresa organica della formazione di quadri e militanti come base della strutturazione, con la realizzazione di due scuole quadri entro l'anno, una al centro-nord e una al centro-sud.
Unitamente a questo l'istituzione di specifici supporti web volti alla ricerca e alla documentazione individuale dei compagni, a cui alcuni nostri territori hanno già iniziato a lavorare.
b) Uno sforzo organizzativo per radicarci dove ancora non siamo presenti in maniera confacente all'importanza del contesto. Il nostro primo impegno sarà sulla zona di Milano per la sua rilevanza come centro produttivo, metropolitano e industriale.
Approvato all'unanimità dell'Esecutivo nazionale della FGCI, il 2 Settembre 2010



