Uno sguardo sul 15 ottobre
Una giornata che ha dato voce agli operai i cui diritti sono stati debellati, ai cassintegrati, agli insegnati precari, agli studenti, ai disoccupati, a tutti i cittadini stanchi di vedersi umiliare da un governo sordo e autoreferenziale che colpisce lo stato sociale, l’istruzione e il lavoro.
Una giornata in cui l’indignazione condivisa si è fatta concreta, si è fatta conflitto e ha scatenato una risposta generale alle politiche liberiste della Banca Centrale Europea.
Quella risposta che non si vede realizzata nella violenza, nello scontro fisico ma che nasce dalle violenze e dai soprusi subiti nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle università, nella vita.
Una risposta che nasce dall’oppressione esercitata dalle logiche del profitto, dall’impossibilità di trovare un lavoro o di lavorare in condizioni che rispettino la dignità umana e tutelino la persona.
In quella giornata ho visto un popolo stanco di subire privazioni e ricatti, di sostenere il peso di una crisi, figlia delle logiche liberiste, di una politica che colpisce i più deboli, di un sistema economico che vuole reggersi sui sacrifici della classe lavoratrice, degli studenti, dei precari.
Doveva essere una data di mobilitazione pacifica e allo stesso tempo pregna di contenuti radicali.
Un momento di lotta per ribadire la necessità di un sistema economico e sociale alternativo, del lavoro come strumento di emancipazione, di una società fondata sulla conoscenza.
Gli scontri non sono un parto di queste rivendicazioni, dei processi democratici che hanno portato alla nascita della manifestazione, sono figli dell’idiozia, della teatralità di gruppi esterni a quel clima.
L’unica cosa che vorrei dire a riguardo è che non saranno loro a delegittimare quella manifestazione e il risultato che comunque ha ottenuto, ovviamente è doveroso fare autocritica e riprendere in mano le redini della questione.
Tuttavia fare un’analisi sulla violenza di quel giorno non mi interessa, voglio parlare della manifestazione che è partita da piazza della Repubblica fino al Circo Massimo, degli studenti che sono tornati in corteo fino alla Sapienza.
Voglio parlare dei contenuti di chi crede che costruire l’alternativa è possibile partendo dal lavoro, dai diritti, dalla lotta alla precarietà, dalla cultura e dai saperi, facendo pagare i più ricchi, combattendo l’evasione fiscale, reinvestendo nel settore pubblico in difesa dei beni comuni, con la partecipazione del pubblico in economia, tagliando le spese militari e i finanziamenti alle imprese, lottando contro la criminalità organizzata, per la giustizia sociale.
Io sto con l’Italia e con l’Europa che vuole cambiare stando dalla parte di chi ogni giorno lotta nei posti di lavoro, nelle scuole, nelle università, di chi fa cultura e produce capacità critica e tenta di far germogliare quella coscienza che permette agli individui di riappropriarsi del proprio futuro cessando di essere subalterni e costruendo giorno dopo giorno una società diversa.
Francesco Interlenghi, FGCI provincia di Fermo
Cos'è la FGCI - Ricostruire il Partito Comunista per dare dignità ad una generazione

articolo di Franco Tomassoni per l’ernesto on line
Nel suo articolo sulla “rivoluzione antropologica italiana” Pasolini parla della FGCI, l’organizzazione giovanile del PCI, come l’unica scelta culturale possibile: il consumismo ed il pensiero unico hanno intaccato la società a tal punto da non lasciare scampo nemmeno alle forze della sinistra radicale ed extra-parlamentare. Pasolini salva la FGCI da questa “accusa”. Scegliere questa organizzazione non significava solamente chiamarsi fuori dalle logiche dell’ideologia dominante, ma costruire quotidianamente le basi per una nuova società che già viveva in forma embrionale dentro la FGCI stessa. Lo schema del “Paese buono dentro il Paese cattivo” utilizzato per descrivere il PCI era valido anche per la sua organizzazione giovanile.

Non intendo soffermarmi troppo sull’analisi dei motivi della crisi, quanto concentrare l’attenzione su due delle spiegazioni che spesso vengono addotte per descrivere la parabola discendente del movimento comunista in Italia. La prima, impugnata da Occhetto passando per Bertinotti fino a Vendola, sostiene che non vi sono più le condizioni oggettive perché in una società come la nostra viva ed operi una forza comunista. Questa affermazione è smentita nettamente dai fatti: basta allargare gli orizzonti ed uscire dai confini nazionali per vedere come le forze comuniste in molte aree del mondo stiano crescendo ed accrescano continuamente la loro influenza nella società in cui operano anche in paesi che, come l’Italia, sono membri della NATO e dell’UE. Chi oggi milita in una forza comunista e crede che la tesi delle “condizioni oggettive” sia vera è meglio che cerchi immediatamente un’altra collocazione politica: è la scelta intellettualmente più onesta. La seconda argomentazione, a mio parere più raffinata, riguarda la tesi secondo la quale la sinistra è perdente e non riesce ad avere un ruolo di rilievo nella società, perché ha “introiettato il punto di vista del nemico”. E cioè ha accettato, metabolizzando inconsciamente e quindi acriticamente, il duro attacco sul terreno delle idee da parte del pensiero unico che, dopo il 1989, si è imposto in maniera assoluta e trionfante su scala mondiale. Ciò è avvenuto anche perché la discussione sull’auto dissoluzione del PCI non è stata mai realmente affrontata, neanche da chi, pur rifiutando la Bolognina, ha continuato a definirsi comunista, ed anzi è stata messa fuori dalla porta per poi rientrare dalla finestra nei momenti in cui il dibattito a sinistra ha inasprito i suoi toni. Questo processo ha condotto alla mancata elaborazione di una risposta culturale in grado di incidere significativamente dentro la società. L’aver assunto anche le passioni più tristi del pensiero unico ha mutato antropologicamente una comunità politica che ha progressivamente smesso di rappresentare quella diversità culturale, quel corpo sano dentro la società malata. Credo che questa sia una possibile chiave di lettura che tiene conto di un aspetto importante, quello, appunto, giocato dai comunisti dentro l’immaginario collettivo. Il che ha delle ricadute dirette sulle scelte tattiche e sulla linea politica.
Queste due tesi sono fortemente legate: “introiettando il punto di vista dell’avversario” si finisce col convincersi delle mutate condizioni che oggettivamente pongono ai margini, fino alla sua completa dissoluzione, una prospettiva comunista. Come se il capitalismo fosse tutto d’un tratto diventato più umano e le sue intrinseche contraddizioni risolte.
Questa chiave di lettura è valida anche per l’analisi delle organizzazioni giovanili che hanno rifiutato lo scioglimento del PCI e della FGCI ed hanno cercato, tra mille sforzi e contraddizioni, di rinnovare e rifondare un pensiero. Nel corso degli anni queste contraddizioni sono emerse ed hanno innescato un meccanismo che ha portato la discussione, schematizzo per semplicità, dal tema del “rinnovamento” e della “rifondazione” a quello della liquidazione. Il corpo dei GC è stato travolto da un mutamento antropologico molto forte: dalla teoria della fine del lavoro, arrivando alla liberazione dal lavoro, fino allo schema squisitamente “bertinottiano” della rappresentanza delle “marginalità”. A questo atteggiamento va sommata una linea politica ondivaga che, partendo dal massimalismo più duro, è approdata poi ad un governismo sfrenato, una delle cause della disfatta. Questo atteggiamento è stato l’elemento che ha contribuito maggiormente all’appiattimento sul piano elettorale che così è divenuto il momento principale dell’elaborazione e dell’iniziativa politica. In più la dialettica tra l’organizzazione giovanile del Prc (GC) e quella del Pdci (FGCI) è stata sempre vista dai primi come una dialettica tra il “nuovo” ed il “vecchio”, tra l’”innovazione” e la “restaurazione”, determinando così una lettura delle cose che, oltre a non fare i conti con la realtà, ha creato inutili divisioni e ulteriori frammentazioni. Oggi, dopo gli anni della liquidazione, ci troviamo di fronte alla necessità di ricostruire una forza comunista, e dentro questo processo di ricostruzione dobbiamo anche rilanciare un progetto in grado di cogliere il senso comune delle giovani generazioni per favorirne una maggiore consapevolezza.
Vorrei ragionare su un punto che mi sembra abbastanza centrale: le prospettive di vita di milioni di giovani. Credo che l’aspirazione al posto fisso sia meno pervasiva che negli anni passati e credo che un’etica anglosassone del lavoro stia affermandosi da qualche anno anche dentro la nostra società. L’idea della flessibilità, cioè una precarietà protetta da elementi nuovi di welfare state, si presenta spesso come una buona risposta, spesso come preferibile alla sicurezza e all’autonomia economica perché percepita come garante di uno stile di vita che permette all’individuo di spostarsi, di viaggiare, di fare nuove esperienze e aumentare il proprio patrimonio culturale. Penso che da un lato l’ambizione al posto fisso e alla sicurezza economica rimanga ancora negli strati della popolazione più disagiati che non hanno alcuna sicurezza se non, appunto, quella di un lavoro sicuro, mentre l’idea della “precarietà protetta” sia preferita da chi può comunque contare su una serie di certezze. Credo che uno degli effetti della crisi economica sia quello di ridurre al minimo indispensabile il ceto medio e di far svanire l’idea che ha iniziato ad affacciarsi all’inizio degli anni novanta, cioè quella della fine del lavoro. Non voglio farla lunga su questo punto, ma credo che sia un elemento dal quale partire per rilanciare una proposta politica all’altezza. Credo che negli anni l’assenza di una resistenza all’attacco frontale che il capitale ha mosso nei confronti del lavoro, cioè l’assenza di una forza radicata nella società, “organica alla classe”, in grado, grazie al suo radicamento, di esercitare un ruolo dentro il senso comune, sia stato uno degli elementi che da un lato ha favorito la riduzione del costo del lavoro e dall’altro ha determinato il progressivo annullamento di quegli anticorpi costruiti con anni di lotte in difesa dell’idea di lavoro come l’elemento di stabilità e di emancipazione. Con questa situazione una organizzazione giovanile non può non fare i conti. Dobbiamo essere in grado di produrre una elaborazione politica che si presenti come euristica, cioè che contenga in se gli elementi in grado di produrre un cambiamento della prospettiva di vita, un cambiamento risolutore.
La crisi economica e la crisi sociale non fanno altro che aggravare le condizioni precarie delle nuove generazioni: i tagli alla scuola, all’università e alla ricerca, lo smantellamento costante dei diritti, la continua precarizzazione del mondo del lavoro che si traduce nella precarietà dell’esistenza e la complessiva assenza di un futuro, sono gli elementi che marcano fortemente la nostra generazione. In un certo senso sono elementi peculiari della nostra generazione, ma credo che le cause vadano cercate nell’attacco di classe che il capitale ha sferrato contro il lavoro. Per dirla coi classici la caduta del saggio di profitto impone lo spostamento delle risorse su terreni di valorizzazione del capitale ( la guerra ) e impone un taglio ai diritti e al costo del lavoro per aumentare la produttività. Credo che questa sia la spiegazione principale -non escludo che vi possano essere altre spiegazioni marginali e supplementari- conseguente allo smantellamento dei diritti e alla negazione del futuro a milioni di persone.
Assumendo questa linea di pensiero ci risulta difficile continuare a trattare le questioni di cui abbiamo parlato fin’ora in termini esclusivamente generazionali. La risposta che dobbiamo costruire nella società è necessariamente una proposta che getti le fondamenta per la trasformazione sociale, in grado di parlare ad un vasto pezzo di società e che renda visibile il fatto che è il modello capitalista ad essere in crisi, costruendo su questo il primo elemento di coscienza.
Per tornare alla politica, credo che la costruzione di soggetti ampi ed inclusivi che vanno a produrre alleanze e unità di azione tra varie organizzazioni giovanili e in grado di intercettare vari pezzi della nostra generazione sia una proposta positiva, che comunque non può prescindere da un profondo e necessario confronto teorico-politico. Tuttavia credo che questa operazione, per avanzare nella società, dovrebbe assumere un forte carattere antagonista e riprendere le questioni di classe. In ogni caso è del tutto evidente che non esaurisce il bisogno di dare una risposta al tema della “questione comunista” in Italia.
Un fronte generazionale deve costituirsi ed avere il carattere più inclusivo possibile. E' stato così nella storia. Basta pensare al Fronte della Gioventù di Eugenio Curiel, che aveva come minimo comune denominatore la lotta al fascismo, ma che non eludeva la necessità dell'organizzazione giovanile dei comunisti. Credo che sia un fatto molto positivo il fatto che si voglia creare una struttura eterogenea in grado di ospitare e rappresentare le differenze, in grado di includere associazioni e strutture politiche che si occupano esclusivamente di alcuni temi (ambiente, antimafia, beni comuni, scuola, università, ecc..). A patto di non far venir meno l'impegno per la costruzione di una nostra organizzazione giovanile comunista. Quest’ultima va organizzata a partire dalle forze in campo esistenti e deve svolgere il suo ruolo anche negli spazi di discussione, nei contesti e nei luoghi più diversi. Dobbiamo in questo senso dotarci di un punto di vista complessivo che sia in grado di penetrare in ogni ambito della società e sia in grado di dare una risposta generale riportando le questioni entro la loro dimensione strutturale. Per dirla schematicamente: dobbiamo dar vita ad un’organizzazione in grado di produrre lavoro di radicamento sociale e di proposta politica, di affermare un’altra concezione del mondo, alternativa alle dinamiche ed ai rapporti sociali costruiti dal pensiero unico. Credo che questo sia il nostro compito. Ben vengano i fronti ampi e le strutture partecipate ed attraversate da molteplici esperienze, ma questo non deve allontanarci dalla questione principale, quella della ricostruzione di una grande organizzazione giovanile comunista, altrimenti ci ritroveremo inesorabilmente ad aessere incapaci di costruire un punto di vista diverso (e rivoluzionario) al pensiero unico dominante.
Dobbiamo dotarci di una organizzazione giovanile che sappia essere intellettuale collettivo, in grado di porre in forte dialettica una grande elaborazione collettiva con l’attività politica, che parli un linguaggio comune e condiviso e che, soprattutto, sia in grado di incidere sulla vita delle persone. Da un lato essere soggetti protagonisti della lotta per il miglioramento delle condizioni di vita, cioè rappresentarne l’avanguardia, dall’altro costruire una comunità politica all’interno della quale prefigurare i caratteri di una società diversa.
Lettera aperta di Francesco Interlenghi
Penso a quali prospettive avremo noi studenti, quando e se l’opera di aziendalizzazione dell’università sarà compiuta, quando i tagli al “diritto allo studio” impediranno a molti di poter intraprendere o completare il proprio percorso formativo.
Penso al futuro dei ricercatori precari, dei dottorandi, del personale tecnico amministrativo.
Forse non so dare risposte, la mia posizione non lo permette, ma posso e possiamo continuare a contrastare queste logiche, portare avanti un reale cambiamento che risvegli le coscienze.
Con i compagni si parla spesso, ci si confronta sul percorso di lotta iniziato durante l’autunno, che dura ancora oggi, sull’impegno che è necessario investire quando si intraprende una strada ardua e lunga qual è quella della partecipazione democratica, della battaglia per l’uguaglianza giuridica e sostanziale, per la difesa del lavoro e dei lavoratori, dei beni comuni e della formazione.
Questa scelta è una lotta per la dignità e i diritti che vanno salvaguardati e conquistati, non svenduti.
Nelle discussioni si hanno spesso idee diverse ma tutte guardano verso prospettive comuni: una vita che non sia precaria, la possibilità di intraprendere gli studi, un lavoro che non sia legato a ricatti ed umiliazioni ma che sia una forma di crescita ed emancipazione.
È necessario ,allora, attivare un processo dal basso che miri ad un mutamento radicale della società e di un sistema che assoggetta gli interessi collettivi a quelli individuali, è importante ricominciare a parlare di giustizia sociale, onestà e rispetto.
Bisogna superare l’intolleranza, il pregiudizio ed aprirsi verso le altre culture, per rendere possibile una reale integrazione.
Bisogna avere il coraggio di denunciare le ingiustizie ed essere pronti a difendere i più deboli contro l’omertà e l’indifferenza.
È necessario riscoprire il valore della cultura, dell’arte, della salvaguardia del territorio.
Una società non può essere giusta se resta ignorante; l’istruzione è fondamentale se si vuole riuscire nell’impresa di una reale emancipazione e libertà dell’uomo.
Nel caos della società attuale c’è bisogno di valori solidi.
Nella marea in cui nuotiamo, dove ogni onda potrebbe sopraffarci, solo con l’aiuto reciproco potremmo salvarci.
La lotta non è individuale ma collettiva ed è necessario avere il coraggio di non rimanere ancorati nella propria sfera privata, riuscire a sentire la responsabilità che ci investe ogni volta che prendiamo una scelta, mantenendo una condotta morale onesta e coerente che non sia circoscritta dagli interessi individuali ma guardi verso un orizzonte comune da costruire.
Ho deciso di scrivere questa lettera perché mi è stato chiesto cosa dovrebbe spingere un cittadino a votare per la Federazione della Sinistra.
E’ vero, quelle che ho trattato sono questioni complesse di cui magari un Consiglio Comunale non si occupa, ma anche a livello locale si può adottare una politica onesta, trasparente, corretta che creda nell’importanza dell’integrazione con altre culture, della necessità di un sistema scolastico pubblico adeguato; si possono garantire i bisogni primari dei cittadini, dai trasporti alla sanità, si può credere in una visione della politica partecipata, che investa sulla cultura, sugli studenti e sulla loro crescita, che creda nell’importanza di spazi pubblici di dialogo e confronto.
Questo non lo dico come Francesco Interlenghi ma come comunista e candidato della Federazione della Sinistra, quindi vi chiedo un voto per questa realtà politica, per l’impegno e il coraggio che ogni militante investe giorno per giorno, nella prospettiva di rendere questo nostro mondo un luogo più giusto.
Francesco Interlenghi

Dal movimento la vera alternativa al berlusconismo
Ieri il Governo ha passato, seppur di misura e non raggiungendo la soglia 'politica' di 316 voti, la prova della fiducia parlamentare. Tuttavia, risulta evidente a tutti che un Paese stremato, e non certo per la prima volta, ha manifestato la necessità del cambiamento e il fallimento definitivo della stagione berlusconiana.
In ogni città, dal Nord al Sud del Paese, la generazione a cui è stato tolto tutto, dal diritto allo studio al diritto al lavoro, ha preso in mano il proprio destino e ha deciso di gridare la propria condizione. Una percorso che incrociava e proseguiva il cammino iniziato insieme alla Fiom il 16 ottobre, che intrecciava difesa del lavoro, dei saperi e della democrazia.
E' stata una mobilitazione che è andata oltre la contestazione del ddl Gelmini, e ci ha mostrato una condizione generazionale drammatica, ma anche una consapevolezza e una voglia di riscatto insperate.
Le mobilitazioni di questi mesi, culminate nel corteo dei 100mila a Roma di ieri, non hanno solo contestato lo stato di cose presente, ma hanno indicato una strada, delle priorità, dalla difesa dei saperi e del lavoro come beni comuni, al taglio delle spese militari in favore della cultura, alla gigantesca questione del reddito, alla cancellazione della legge 30, alla ridefinizione di un sistema di welfare per studenti e precari.
Proposte che hanno portato in piazza centinaia di migliaia di giovani e che sono, di fatto, la migliore base su cui costruire l'alternativa e la sinistra.
Di fronte ad un opposizione parlamentare che, intenta a contrastare la compravendita di propri deputati, continua a non accettare la sfida elettorale, il movimento e le forze politiche, sindacali, e sociali che vi hanno preso parte attivamente, devono compiere uno scatto, disegnando un nuovo modello di società, riscoprendo la modalità di discussione e organizzazione che avevano inaugurato il secolo culminando nel laboratorio di Genova.
Siamo ad un passaggio cruciale, gli episodi di ieri, che sono stati provocati da elementi esterni al movimento e sui quali resta da chiarire anche il ruolo, che sembra emergere chiaramente, di infiltrati delle forze dell'ordine, non devono intaccare la credibilità del movimento e soprattutto la connessione sentimentale che si era creata nelle settimane scorse con larghissimi settori della popolazione, stremata dalle politiche di questo Governo e forse anche in cerca di una reale forza di opposizione.
Affermare, come è sempre stato fatto in questi mesi e anche ieri nel corteo degli studenti, pratiche di lotta democratiche, che sappiano ad esempio contrastare l'autoritarismo che ha portato alla blindatura del centro di Roma, è centrale per le nostre possibilità di successo.
Sia ben chiaro che le responsabilità sulla gestione della piazza, sulle cariche indiscriminate, sugli infiltrati che creavano ad arte momenti di tensione, su fermi e arresti di studenti inermi, gettano un'ombra inquietante sul Governo e sul ministro dell'Interno in primis.
L'obiettivo, del Governo e di chi ha preso parte alla giornata con l'unico intento di creare tensione, è che questo movimento, con la sua spinta ideale, le sue proposte, le sue pratiche, venga ricacciato indietro e inghiottito dalla pausa natalizia. Non glielo dobbiamo permettere, a partire dalla settimana prossima, quando la riforma tornerà al Senato.
Flavio Arzarello - Coordinatore nazionale FGCI
Lettera di Francesca
Questa lettera è stata pubblicata sul Fatto Quotidiano. E’ la bella lettera di una studentessa che partecipa al movimento degli studenti. E’ una nostra compagna che si firma Francesca e preferisce non rivelare la sua vera identità considerando la sua condizione comune a quella di moltissime altre ragazze.
Francesca ha 21 anni, vive alla periferia di Roma, è iscritta al terzo anno di giurisprudenza. Il padre è autista di autobus, la madre operatrice ecologica, lei fa la cameriera per mantenersi gli studi. Francesca fa parte di una generazione a cui è stato “bloccato il futuro”. Nel 2009 infatti l’Eurostat ha segnalato come in Europa “in genere il tasso di disoccupazione tende a diminuire con l’aumento dell’istruzione”. In Italia, in Portogallo, in Grecia e in Turchia invece più sei istruito e più avrai difficoltà. L’istituto di statistica spiega che il nostro paese ha “registrato il livello di disoccupazione più alto fra le persone con un’età compresa fra i 25 e i 29 anni”. Nel 2007, prima della crisi, i disoccupati con una laurea erano il 19,3%. Esattamente come quelli diplomati. E oggi va peggio. Anche per questo Francesca ci ha inviato questa lettera per spiegarci perché è scesa in piazza nei giorni scorsi. Le sue motivazioni infatti non hanno a che fare solo con la riforma dell’Università che la maggioranza, “temendo scossoni”, ha deciso di fare slittare dopo il voto di fiducia previsto per il 14 dicembre.
Caro direttore,
sono una studentessa romana di 21 anni, iscritta al terzo anno di giurisprudenza. Scrivo al Fatto Quotidiano perché spero che possa dar voce a una generazione ormai troppo spesso ignorata. Per farci ascoltare siamo dovuti scendere in piazza e bloccare le città. E nonostante questo ci hanno dato dei falliti e dei fannulloni.
Io non sono una bambocciona, né sono fuori corso come dice il presidente del Consiglio. Io sono l’orgoglio di una famiglia che spera ancora di potermi dare una vita migliore di quella che hanno avuto loro. Noi studenti non siamo scesi in piazza solo per la riforma. Certo, quella è la punta dell’iceberg di una cultura che questo governo ha voluto imporre: sei ricco? Potrai ancora studiare. Sei povero? Meglio se fai un istituto professionale e ti cerchi un lavoro, perché l’Università non te la potrai permettere. Io fino ad oggi posso garantirmi gli studi grazie alla borsa di studio e al lavoro di cameriera. Se dall’anno prossimo verrà a mancarmi la prima, il secondo non mi basterà più.
Sono stata e tornerò in piazza per far sentire la mia voce insieme a quella degli altri ragazzi che non solo hanno paura di non potersi laureare, ma soprattutto temono che quel foglio di carta guadagnato con immensi sacrifici non valga poi nulla nel nostro paese. Sono pronta ad andare all’estero se necessario, ma perché non possiamo sognare di restare in Italia per valorizzarla con la nostra cultura? Il rischio, restando, è una vita di sacrifici che non porti nemmeno a una pensione decorosa. Anzi, che non porti proprio alla pensione, che forse non riceveremo mai. L’applauso degli automobilisti romani bloccati nel traffico di Roma, martedì, ci ha detto che non siamo soli. Anche loro sperano che i figli possano avere un futuro migliore di quello che questo governo ci sta disegnando. Ai politici la nostra cultura fa paura, preferiscono un popolo ignorante. Ma noi, questa volta, non ci fermeremo. Speriamo neanche voi nel darci voce.
Berlusconi: sessismo e omofobia nell'anniversario della morte di Pasolini
Abbiamo più volte sottolineato e condannato la sua “idea” di donna; un ornamento, mero strumento di piacere sottomessa la potente. Il suo atteggiamento nei confronti delle donne (e delle ragazzine!) è semplicemente vergognoso ed è estremamente offensivo che affermi pubblicamente che questo suo “stile di vita” sia da considerarsi meglio dell’ essere gay.
Chissà cosa penserebbe Pasolini oggi di tutto questo, dei festini, delle escort, della doppia moralità di chi esalta il valore della famiglia fondata sul matrimonio, e si intrattiene con minorenni e prostitute, utilizzando la posizione di potere che ricopre. Ci piacerebbe poter leggere un suo editoriale, come il famoso "Io so", che pubblichiamo di seguito, per ricordare un grande protagonista della cultura italiana.
Cos'è questo golpe? Io so

di Pier Paolo Pasolini
Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato "golpe" (e che in realtà è una serie di "golpe" istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di "golpe", sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l'aiuto della Cia (e in second'ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il '68, e in seguito, sempre con l'aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del "referendum".
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l'organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio "progetto di romanzo", sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il '68 non è poi così difficile.
Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all'editoriale del "Corriere della Sera", del 1° novembre 1974.
Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.
Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.
Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi - proprio per il modo in cui è fatto - dalla possibilità di avere prove ed indizi.
Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.
Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.
Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.
All'intellettuale - profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana - si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.
Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al "tradimento dei chierici" è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.
Ma non esiste solo il potere: esiste anche un'opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano.
È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all'opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell'Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.
Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario - in un compatto "insieme" di dirigenti, base e votanti - e il resto dell'Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un "Paese separato", un'isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel "compromesso", realistico, che forse salverebbe l'Italia dal completo sfacelo: "compromesso" che sarebbe però in realtà una "alleanza" tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell'altro.
Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.
La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l'altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.
Inoltre, concepita così come io l'ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l'opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.
Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch'essi come uomini di potere.
Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch'essi hanno deferito all'intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l'intellettuale viene meno a questo mandato - puramente morale e ideologico - ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore.
Ora, perché neanche gli uomini politici dell'opposizione, se hanno - come probabilmente hanno - prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono - a differenza di quanto farebbe un intellettuale - verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch'essi mettono al corrente di prove e indizi l'intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com'è del resto normale, data l'oggettiva situazione di fatto.
L'intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento.
Lo so bene che non è il caso - in questo particolare momento della storia italiana - di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l'intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che - quando può e come può - l'impotente intellettuale è tenuto a servire.
Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l'intera classe politica italiana.
E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi "formali" della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.
Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico - non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento - deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.
Probabilmente - se il potere americano lo consentirà - magari decidendo "diplomaticamente" di concedere a un'altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon - questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.
Dalla parte dei saperi, per la società di domani
La protesta dei precari della scuola di questi giorni rivela drammaticamente quale sia la situazione creata da questo governo. Una protesta che si sta caratterizzando per modalità del tutto nuove, esasperata dalle parole gravi e irresponsabili del ministro Gelmini. Una concezione classista e padronale che insulta la dignità delle decine di migliaia di lavoratori della scuola a un passo dal licenziamento. La riforma che si sta concretizzando in questi giorni ha una portata epocale, addirittura peggiore di quella di Gentile sotto il fascismo: una riforma che distrugge, dequalifica, licenzia, elimina, impoverisce e condanna.
Il futuro di giovani, studenti, personale ATA, docenti e ricercatori non è mai stato così attaccato nelle sue fondamenta come da questo governo.
Il punto nodale è che non c’è alcuna volontà di operare vera una riforma del comparto dei saperi - anche solo una riforma di destra, una visione delle cose diversa dalla nostra, ma comunque espressione di una legittima posizione, per quanto non condivisibile.
In realtà si sta solo sistematicamente affossando il comparto scuola-università senza dare alcuna prospettiva diversa, rendendo l’istruzione pubblica ai suoi vari livelli un ricordo antico, e impedendo di fatto che attraverso essa si crei nel futuro cittadino consapevolezza sociale ed emancipazione economica. Per questo crediamo che sui saperi, sulla lotta per una scuola ed un’università di massa e di qualità debba necessariamente declinarsi la nostra proposta radicale di trasformazione della società, respingendo sì la riforma Gelmini, ma rilanciando anche la nostra visione del mondo.
Il workshop sui saperi svoltosi nei giorni scorsi al campeggio unitario FGCI-GC “Alternativa Rebelde“è stato utilissimo a tal proposito, con giovani compagne e compagni che hanno portato un contributo propositivo notevole, declinando una visione alternativa e “classista” del conflitto e specificando come le due organizzazioni giovanili comuniste debbano agire come un soggetto organico in termini di proposte e di idee.
Ma è nell’incontro con le altre realtà giovanili in campo, partitiche, sindacali, semplici collettivi che si dovrà costruire a partire da subito un fronte unico in grado di arginare la barbarie di questo governo.
Per questo non possiamo che ringraziare la partecipazione al workshop delle compagne e dei compagni di UDS-LINK, Rete degli Studenti, UDU, Uniriot e Forum dei Sapei di SEL. Un segnale preciso di aggregazione nella lotta sui contenuti e sulle proposte, a dimostrazione che dinanzi ad un attacco alla democrazia senza precedenti, ai saperi, alla qualità della conoscenza, al diritto allo studio e all’uguaglianza delle condizioni di partenza sia imprescindibile rispondere con un fronte condiviso e compatto, lanciando proposte serie e di cambiamento. Una mobilitazione collettiva, costruita su una piattaforma discussa e ambiziosa, che veda dalla stessa parte della barricata tutte le vittime dello smantellamento in atto, con proposte concrete e non semplici slogan.
Intendiamo mettere a disposizione di questa piattaforma larga e partecipata le proposte che la FGCI ha maturato nella sua attività politica: spostare a diciotto anni l’obbligo scolastico, introduzione di un incentivo fiscale di 200 euro per tutti i figli appartenenti a nuclei famigliari con reddito ISEE inferiore ai 10.000 euro, a patto che i figli proseguano gli studi per tutto il periodo obbligatorio, riforma delle rappresentanze studentesche in modo che esse siano più incisive e funzionali, innalzamento almeno al 5% del Pil delle risorse pubbliche destinate a finanziare l’istruzione insieme alla resa gratuita o semi gratuita di libri di testo e materiale scolastico, lotta per il risanamento dell’edilizia scolastica rispetto alla quale anche questo governo ha miseramente fallito.
Sul fronte universitario diciamo NO ad una università per pochi e gestita dai privati. Vogliamo che la formazione a tutti i livelli resti libera così come la ricerca. Vogliamo che le università ritornino ad essere un luogo di cultura accessibile a tutti senza distinzione di classe, in cui tutti abbiano le stesse possibilità indipendentemente dalla situazione economica, sociale e personale. Accanto a questo chiediamo che siano varate delle vere leggi sul diritto allo studio e che siano stanziati fondi per case dello studente, mense universitarie, rimborsi per libri e che accanto ad ogni polo universitario sia creata una rete di servizi e soprattutto una rete di trasporti tale da rendere gli atenei e le città universitarie più a dimensione di studente. Le risorse, ovviamente, devono essere distribuite secondo un criterio complessivo legato al reddito.
Riteniamo che la rappresentanza studentesca debba essere ripensata in modo da poter rendere lo studente più incisivo in merito alla didattica e all’organizzazione degli atenei.
Crediamo che una sana ed incisiva rappresentanza studentesca possa anche arginare il fenomeno dello strapotere dei così detti “baroni”.
Crediamo che lo studente debba essere la figura centrale e più importante nel sistema universitario e riteniamo che questo dovrebbe essere il cuore delle politiche universitarie del governo, mentre troppo spesso il suo ruolo è relegato a quello di semplice spettatore-utente senza la possibilità né il diritto di poter esprimere un parere in merito a politiche che lo interessano in prima battuta.
Ma le proposte e l’idea alternativa che noi abbiamo sul tema dei saperi e che intendiamo ancorare alla società non può che tenere presente anche di un’altra componente, quella di tutti i lavoratori della conoscenza.
Lavoratori che a causa di questa ignobile riforma vedono il proprio futuro tragicamente a rischio. La solidarietà non basta, e non è peraltro tra i compiti di un’organizzazione giovanile.
Ma riteniamo, con convinzione che la lotta per un sistema dell’istruzione migliore passi imprescindibilmente attraverso un miglioramento effettivo e strutturale delle condizioni di docenti, personale ATA, ricercatori e precari. E tutto ciò non si realizza certo attraverso licenziamenti ma aumentando la spesa, attraverso un impiego necessario delle risorse pubbliche.
Questo perché ci sono settori dello Stato, in un mondo ancorato ai concetti di efficienza ed economicità, sui quali non è possibile applicare un’impostazione aziendale, fatta da utili e ricavi: il settore dei saperi è uno di questi, l’investimento senza “ritorni” immediati, con aumenti di risorse per scuola, università e ricerca, è fondamentale per una società ricca culturalmente e libera economicamente.
Il nostro obiettivo è chiaro e l’analisi del contesto in cui ci troviamo a combattere lo è altrettanto. Ora, dopo l'analisi, non possiamo più rinviare l’azione, che passa attraverso un soggetto politico forte, giovanile e generazionale, che sappia essere canalizzatore delle lotte, ma soprattutto sia in grado di unire ad una dinamica di difesa delle conquiste sociali di studenti e operai nei decenni passati, il rilancio di una visione nuova e nostra, di questa generazione, del contesto sociale nel quale siamo destinati a vivere e ad esprimere le nostra personalità e capacità.
Il nostro essere comunisti si declina in un modo molto preciso: costruire le condizioni materiali per cambiare l’esistente, realizzare una società migliore. Il percorso unitario e condiviso con i Giovani Comunisti risponde a questa elementare esigenza.
Siamo la generazione che per prima invidierà le condizioni di vita di quelle che ci hanno preceduto; non possiamo accettare passivamente questa condizione, che è figlia di un vero e proprio furto ai nostri danni. Da questo assunto lanciamo la nostra sfida a chi pensa che questo disegno di egoismo sociale chiamato riforma veda i giovani di questo paese proni alla distruzione del proprio futuro.
Questo governo cadrà, le sue riforme non passeranno, la democrazia sarà ampliata e non mortificata e i saperi torneranno ad essere un patrimonio accessibile a tutti.
Gian Piero Cesario - Responsabile Nazionale Scuola FGCI



